Il Testamento di Lenin

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Cento anni fa uno degli eventi che avrebbe maggiormente condizionato il novecento. I Bolscevichi prendevano il palazzo d’inverno a San Pietroburgo. Per la prima volta nella storia un paese si modellava sulle teorie marxiste tanto nei rapporti sociali, quanto in economia.

Bolscevichi in parata 1917

Quell’evento divise il mondo fin dalla sua nascita. Una parte di umanità guardava con grande preoccupazione all’avvento del comunismo, temendo di perdere i privilegi conquistati, le proprietà, la possibilità di realizzare profitti grazie al lavoro altrui. Mentre l’altra parte di umanità, ammantata di miseria, ignoranza, privazioni e duro lavoro, vedeva nel comunismo la speranza per il proprio riscatto, il paradiso in terra per operai e contadini.

Il socialismo reale prendeva forma in Russia, mentre il resto del mondo si tingeva di nero. L’idea stessa di diffusione virale del socialismo, germe interno del capitalismo, si scontrava contro un mondo che si muoveva nella direzione opposta. La fine della grande guerra aveva impoverito l’europa e la restaurazione si mostrò da subito più efficace del tentativo di progresso.

Malgrado la nascita nel 1919 del Comintern, il socialismo reale, per i 30 anni a venire non riuscì a varcare i confini dell’Unione Sovietica. A mio avviso, questa prigionia ne soffocò da subito il respiro ed il sogno di emancipazione dell’umanità si trasformò lentamente nella gestione organizzativa dello stato, dell’economia, persino delle arti e dei rapporti tra esseri umani. Già prima della morte di Lenin il socialismo faticava ad esistere.

Stalin

Chi succedette a Lenin neanche tentò di seguire il testamento ideale della sua rivoluzione. Stalin, infatti, sull’apparato già iper burocraticizzato, instaurò un regime monocratico, autoritario e totalitario. Costruì l’identità socialista attraverso iconografia, dimostrazione di forza, terrore e guerra. Al pari degli altri dittatori che imperversavano per l’Europa.

Stalin aveva inventato un sistema perfetto di gestione monocratica dello stato, attraverso il controllo autoritario del partito che lo governava. Lo stalinismo divenne il metodo di gestione dei rapporti interni per tutti i partiti comunisti del mondo (ed ancora oggi la stragrande maggioranza dei partiti di sinistra è governata in questo modo). Ogni sforzo è teso all’auto conservazione del potere. Paradossalmente la conservazione si impadronì dei contenitori progressisti.

Lo stalinismo post bellico da metodo di gestione dei partiti, divenne metodo di gestione degli Stati di mezzo mondo, perché nel frattempo una guerra era stata vinta ed un bottino era stato diviso. Quel bottino divise il mondo a metà, inaugurando la stagione della guerra fredda tra due demoni che si combattevano in focolai di piccole guerre, infiltrandosi nelle contraddizioni di ogni paese e nel conflitto novecentesco perenne tra chi possedeva i mezzi di produzione e chi solo le braccia per lavorare.

5 Agosto 1968 Piazza Venceslao, Praga

Questo equilibrio tra blocchi contrapposti si trascinò per circa 50 anni, inquinando quasi ogni paese del pianeta, ma in realtà finì molto prima delle aperture di Gorbačëv. Tutto il Pianeta era in fermento, tutto il pianeta si colorava, in tutto il pianeta una generazione bramava d’impugnare il proprio destino. Correva l’anno 1968 e nel grigio oriente, oltre cortina, un riformista di nome Alexander Dubček faceva irrompere i colori, l’esplosione di vita e colore durò dal 5 gennaio al 20 agosto, quando entrarono in Piazza Venceslao i carri armati sovietici. Mi piace pensare a quel momento come l’inizio della fine dello stalinismo nel mondo, perché non furono gli Stati Uniti o Papa Wojtyla ad abbatterlo, fu la voglia di colorare mezzo pianeta cominciata da Praga.

Oggi il mondo è orfano del socialismo, le sinistre sono confuse, vivono di rendita, si muovono come gamberi e quel conflitto tra capitale e lavoro è diventato privo di senso, nella società post industriale. Eppure, come 100 anni fa, il mondo si tinge di nero ed un’umanità ammantata di miseria preme per riscattarsi. Cosa ci resta di Lenin e di quella rivoluzione? Credo solo una speranza, che nella dimensione di sogno collettivo mi tiene e mi terrà sempre vicino all’operaio che ho amato di più in vita mia. Cosa mi ha lasciato in testamento di Lenin? Mio Nonno ed il ricordo di lui che sarà sempre vivo.

Simone Di Trapani

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